Silenzio, assordante silenzio. E non si spegne l’ovazione, ma per cosa?
Il meeting di Bruxelles dell’altro giorno ha finalmente sciolto il nodo sulla via che abbiamo (hanno) scelto si seguire. E non si capisce bene se di questa via abbiano capito l’approdo e le tappe intermedie.
Nulla di fatto sugli eurobond (non come ciambella di galleggiamento ma come strumento di sviluppo), nulla di fatto sulla Bce prestatore di ultima istanza, nulla di fatto su una comune politica di sviluppo continentale.
E nessuno dice niente, anzi, la communis opinio degli editoriali di ogni specie, sostiene che, poichè l’alternativa era la fine immediata dell’eurozona, questo e’ un parziale risultato, poiché almeno si può continuare a sperare, ad agire, a trattare, a cercare di influenzare il presente.
Ma non è così, perché al bivio si è scelta una via ben precisa.
Infatti si gioisce per una parziale riforma dei trattati, che imporranno il pareggio del bilancio e sanzioni per ogni sforamento, e commissari per sforamenti rilevanti.
Pareggio di bilancio?
In un momento di crisi come questo?
Ora non bisogna essere né keynes né keynesiani per rigirarsi nella tomba, specie se si è ancora vivi.
Ma almeno alzare la voce e dire: “non nel mio nome!”, questo sì, questo un cittadino, libero, in democrazia, dovrebbe farlo.
Il pareggio di bilancio e le tasse, in una fase di crisi come questa.
Il pareggio di bilancio e le tasse in un paese che ha salari e stipendi fermi da dieci anni, la disoccupazione al 10%, la disoccupazione giovanile al 30%, i consumi sotto terra.
Solo un bocconiano poteva pensarla e sostenerla, ma non mi aspettavo che convincesse tutti, tutte le sinistre, tutti gli ex comunisti più realisti del re, tutti i cittadini che fino a una settimana fa bestemmiavano contro l’ideologia unica del neoliberismo imperante e imperialista.
“non si poteva far altro”, dicono.
Se eravamo, come tutti si appassionavano a dire, sull’orlo del baratro, bene, adesso si è alzato il vento alle nostre spalle.
Dopo quattro manovre estive, eccone un’altra, dopo quattro manovre di tasse, eccone un’altra di tasse, dopo quattro manovre depressive e recessive, eccone un’altra depressiva e recessiva.
Che sarà bruciata in in poche settimane, come è successo per le altre.
E i progressisti nazionali sono tutti impegnati a tifare un banchiere che diventerà candidato premier.
…
Un piano nazionale.
Non sarà sfuggito che Cameron, tornato a casa, ha immediatamente detto che il Regno unito stilerà un proprio Piano nazionale per affrontare la situazione.
Sono tutti arrabbiati con lui e, a prescindere dalle simpatie e antipatie, massimo rispetto per i laburisti e liberali inglesi, non si capisce perché avrebbe dovuto scegliere diversamente, seguendo la Germania – no! Non la Germania, ma gli interessi che la Signora Merkel ha deciso di rappresentare – su una via che salverà, semmai, solo quel paese.
Il nostro premier era di fronte a un bivio ed è andato di là.
Il paese, nel nome dello “stato di emergenza” ha scelto la responsabilità, ha scelto il sacrificio.
E sia: ma un ennesimo sacrificio per cosa?
Ma anche volendo scegliere il sacrificio, almeno redigiamo pure noi un Piano nazionale, è sempre stato ed è l’unico strumento per affrontare le crisi quando esisteva la politica, quando esisteva la politica economica e non il ragionierismo al potere.
Il Piano nazionale è sempre stato lo strumento di ogni ricostruzione.
Cosa c’è da ricostruire?
Appunto.