Ripropongo http://mattiagranata.it/blog/un_piano_nazionale
E aggiorno.
Il primo ministro Mario Monti, premier in un momento drammatico della storia italiana, ha chiesto ai cittadini suggerimenti sui provvedimenti da assumere nella sua azione di governo.
Mentre riceverà probabilmente numerosi consigli sul merito di tali provvedimenti (più imu, meno imu, più patrimoniali, meno patrimoniali, più vescovile equità, meno vescovile imu), mi sono permesso di avanzare una proposta nel metodo.
Questa proposta consiste nell’esigenza di impostare un “piano della nazione”, ossia il business plan del paese in proiezione futura.
Il quadro in cui collocare la proposta è il seguente. Sappiamo che le soluzioni da assumere per uscire dalla crisi presente, almeno nella sua dimensione relativa a questo continente, sono per l’appunto su scala continentale. La creazione di eurobond, non per restare a galla ma come strumento di sviluppo, la riforma della Bce sul modello delle banche centrali, la definizione di una politica economica europea.
Sappiamo che entro questa cornice solamente sarà possibile uscire dalla palude in cui siamo non per galleggiare ma per rifondare uno sviluppo europeo.
Assunto questo punto di vista, riteniamo necessario elaborare un piano che permetta di proiettare nel futuro prossimo gli sforzi di questo paese finalizzandoli a ben precisi obiettivi.
Per questo ci è parsa insufficiente la manovre presentata, al di là dei contenuti (tasse e tagli), e dei principi (più o meno equità), in perfetta continuità con i metodi della politica negli anni passati, ispirati alla completa assenza di un orizzonte che non sia il presente, che diventa ogni giorno passato.
Assumiamo che la “salvezza” e lo “stato di emergenza”, sono certamente argomenti fondati e convincenti.
Essi sono però abusati nella storia d’Italia, in particolare nei momenti critici.
Era Norberto Bobbio che in un acuto saggetto notava come la “crisi permanente”, ossia lo stato di crisi reso fisiologico, rappresentasse uno, o l’unico, metodo di governo del paese da parte della politica italiana.
Nondimeno, reputando che effettivamente questo momento presenti caratteri di assoluta eccezionalità, che hanno motivato l’assunzione di un provvedimento di eccezionalità quale la sostanziale alterazione della fisiologia democratica nella nomina di un governo, e hanno motivato e motiveranno l’assunzione di provvedimenti eccezionali, anche perché non assunti nei decenni precedenti, riterremmo che un metodo eccezionale, quale il ricorso ad un “piano della nazione”, non sarebbe poi così eccezionale, nella situazione attuale.
La proposta ha incontrato insperata condivisione in chi abbia avuto la pazienza di leggerla e pure alcune critiche.
La principale di queste, la più stimolante e fondata, è che la predisposizione di ogni “piano”, contenga in sé, e anzi debba essere sovradeterminata, da un’idea di sviluppo (detto aulicamente), e da una combinazione degli interessi che non possono non emergere da un confronto eminentemente politico fra le componenti della rappresentanza del paese.
Che, quindi, un Piano possa venir generato solamente da un confronto politico nel merito dei problemi.
L’argomento è potente e condivisibile. Partiamo dal presupposto, peraltro, che proprio l’assenza e l’impossibilità di tale confronto e processo politico, non su un modello di sviluppo, ma pure sui fondamentali della democrazia italiana, ci abbia condotto nella situazione presente.
E’ proprio per questo che esiste un governo sorto per porre rimedio ai danni di questa assurda conflittualità sterile, nei frutti, e suicida, nelle intenzioni.
E da qui derivava la sfumatura critica contenuta nel precedente scritto.
Personalmente non sono nemmeno superficialmente commosso dalle discussioni attorno ai poteri forti. Ogni potere, quando è potere, è forte; l’importante è che questo potere derivi democraticamente da un’equilibrata e mai asfittica alchimia degli interessi di una comunità, che contenga e rappresenti gli interessi e i bisogni esistenti, e che a quegli interessi e bisogni corrisponda fornendo le migliori soluzioni possibili in un dato momento storico in funzione del progresso della comunità medesima.
E, quindi, rimosso il problema della fonte da cui il potere deriva, che in questo caso non è direttamente la politica, la quale, per l’eccesso di frammentazione non sarebbe mai stata in grado di fornire una soluzione utile in un momento disperato, e dell’esistenza e della disponibilità del potere da parte del governo, la critica verteva semmai sulle modalità insufficienti dell’uso del potere stesso.
In altre parole: rimosso il problema dell’assenza di potere dei partiti politici al governo, e fornito a un governo tecnico tutto il potere necessario per prendere decisioni impopolari, perché questo governo tecnico non ha inserito innovazioni anche nel metodo, oltreché nel merito. Se innovazione nel merito c’è stata, poi, dato che i provvedimenti presi sono al momento mera ragioneria.
E inoltre; se la carenza più sentita della politica negli ultimi anni è stata quella di non sapere far fronte all’esigenza di un “vista lunga”, di una prospettiva, di un futuro possibile per questo pese, perché il governo che sorge per correggere i principali vizi della politica di questi anni, non affronta pure questa - o soprattutto e innanzitutto questa – mancanza, approntando o riscoprendo strumenti in grado di far fissare gli occhi degli italiani all’orizzonte, e non per terra?
Vige una confusione permanente sulla distinzione tra strumenti e finalità.
Si può dire che il dibattito politico marcio di questi anni si sia fissato unicamente sugli strumenti, scambiandoli strabicamente per le finalità.
Le riforme, non so se è chiaro, sono strumenti, non finalità.
Qui, l’esigenza di riforme, si da per scontata. Per esempio; il mercato del lavoro è ovviamente organizzato arcaicamente a danni degli esclusi, necessita riforme. Ma, esse riforme, sono lo strumento per riattivare un comparto della nostra società e raggiungere determinate finalità che, in una prospettiva progressista, convergono tutte verso la piena occupazione ossia la libertà e sicurezza degli individui membri di una Repubblica fondata sul lavoro.
Non è ovviamente che esista un solo modo di concepire e realizzare questa riforma. Ma è appunto perché non se ne usciva politicamente che questo governo è entrato in azione, ora fissi pure il punto a cui tendere, data questa riforma (di cui si discuterà).
L’azione deve essere contestuale, e non che non sia difficile o impossibile, ma un governo eccezionale, composto da persone eccezionali, là deve tendere.
Anche perché, così facendo, sarà più possibile comprendere dove voglia tendere questo governo, poiché la manovra impostata, è qui ferma sull’oggi.
Un “piano della nazione” non è e non è mai stato una corda a cui impiccarsi, è chiaro no?
E’ uno strumento che nella asfittica politica italiana è stato macellato per sessantanni periodicamente nello scontro tra sedicenti liberisti e sedicenti rivoluzionari.
Ma è l’unico strumento e l’unica modalità operativa che tutte le democrazie (liberali, liberalissime) hanno adottato nei momenti di emergenza o nei momenti di sviluppo.
Mentre i nostri confindustriali e comunisti si scannavano sul piano, il liberale Beveridge teneva la penna in mano e gli Stati Uniti d’America ci fornivano aiuti per la ricostruzione sulla base di piani da noi stessi redatti all’ombra della politica infervorata sul sesso degli angeli.
Abbiamo bisogno di un orizzonte che fissi “tappe e strumenti”, “punti di forza” e “punti di debolezza” tramite una fisiologica “intermediazione pubblica” e una fondamentale maggiore “efficienza fiscale” (grazie O.).
Abbiamo bisogno di un piano che fissi alcune grandezze, alcuni limiti, alcuni obiettivi, in una prospettiva futura certa.
Se servirà, quando tornerà la politica, cambieranno grandezze, limiti, obiettivi e prospettiva.
Perché “quando fai progetti il diavolo ride sempre”, diceva quel tale. Ma ciò non vieta di farli e, soprattutto, non obbliga a non farli.
Se l’Europa salterà, avremo la base del nostro piano di salvataggio (mutatis mutandis).
Se l’Europa ce la farà, avremo la base del nostro piano di sviluppo.
Politica economica, industriale, agricola, occupazione, infrastrutture, e così via.
I cittadini hanno bisogno di una mappa, di un “Piano della nazione”.
Per capire dove andare, e per essere una nazione.