Piano della Nazione V

Appello a sinistra

Ripropongo:
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e ripropongo:
http://mattiagranata.it/blog/un_piano_nazionale

e ripropongo:
http://mattiagranata.it/blog/un_piano_della_nazione_ii

e ripropongo:
http://mattiagranata.it/blog/un_piano_della_nazione_iii

Di fronte alla pazienza della Storia, la realtà difficilmente riesce a nascondersi; e prima o poi se ne intravvedono scorci, se la si va cercando.
La sapiente “narrazione” (che senso diverso hanno le parole se usate in contesti differenti) di queste ultime settimane, era parsa penetrare anche la mente di chi aveva, o credeva di avere, gli strumenti per sottrarsi ai flauti magici degli incantatori.

E se tutte le analisi e le informazioni di quest’ultimo anno avessero davvero ceduto di fronte all’azione risolutiva di chi diceva e mostrava avere la soluzione? Bilancio in ordine e sorrisi istituzionali.
È legittimo il dubbio, se non si pretende di avere la verità sigillata in ceralacca. E non un giornale, non un'opinione, non un commento dei più visibili, non sempre più autorevoli, di questi giorni, lasciavano pubblicamente trasparire crepe.
Il viaggio a Parigi e a Berlino, le strette di mano, avevano aperto la fase della crescita; ferma e stabile una nuova credibilità. Ferma e stabile la nostra nuova credibilità.
La borsa teneva, il differenziale “crollava” (da 530 a 485, sic!; ma tra 450 e 500 tutto è possibile), i conti tornavano: salvi.
Chi osava, a questo punto, mettere in discussione l’approdo?
Il downgrading generalizzato e violento, ha squarciato il velo, di nuovo. E la realtà nascosta è rimasta nuda sulla scena, di fronte agli occhi di chi la voglia vedere.
Oggi il Presidente del Consiglio parla di “attacco”, e certifica analisi e visioni alternative, all’incontrario. Analisi e visioni il cui filo è snodato ordinato nei fatti di questo anno, e unisce i punti fermi.
Dal dicembre 2010 si avvia l’operazione – a molti nota – di un offensiva all’Euro, che va a regime la primavera scorsa, che tende a smacchinare il congegno europeo a partire dalle economie periferiche (il leone attacca le gazzelle al margine del branco), che stremata la Grecia assalta l’Italia, l’ultima dei primi, e ora giunge al centro del branco.
E il branco, invece di serrare le fila, di stringere i più deboli a sé, perché l’unione fa la forza di fronte alla violenza, li schernisce, li allontana, li indebolisce ulteriormente; indebolendo, con ciò, se stesso e la propria comunità.
Chi sa ci dica da dove proviene l’attacco, chi lo gestisce, chi ha in mano le tre pagine della sceneggiatura che finisce con la nostra passione; chi ne orchestra la sapiente regia.
Ma noi, intanto, prendiamo atto, condividiamo il fatto, e troviamo le difese possibili, ognuno dal proprio punto di vista formato di valori, culture, speranze.
Qui la strada divarica inesorabilmente, inevitabilmente. E il bivio è stato segnato e segnalato dallo scorso dicembre, come s’è detto.
Pensare, come alcuni stanno facendo, di potere opportunisticamente, seppur nobilmente, attendere mediando due visioni non mediabili, inconciliabili – come tra “interventisti” e “non interventisti” - è storicamente molto italiano, ma concettualmente non possibile e deleterio; autolesionistico, di fronte al tempo che passa.
Se una strada è stata esplicitamente indicata, con chiarezza nonostante le attività di distrazione messe in atto, nel pareggio di bilancio, quindi nell’austerità, chi si fa carico della visione alternativa, ovvero un sostegno espansivo all’economia?
E chi dovrebbe assumersi questa responsabilità storica, e ora è celato dietro al “pragmatismo” e al “realismo”, e ne sfugge? Soprattutto se vaga disorientata la forza che per questa diserzione non ha una rappresentanza? Soprattutto se ogni segnale di questi mesi dimostra che pragmatismo e realismo, come sovente, sono gli alibi di chi pensa che il sole e la luna possano splendere contemporaneamente nel cielo? Soprattutto se la strada alternativa sarebbe quella “giusta” e coerente con la storia, i valori, le visioni, a lungo predicate (con quale sincerità, a questo punto?) e oggi necessarie?
L’ultraliberismo del trentennio passato che, condotto al parossismo in alcune conventicole, pretende dettare la storia futura, politicamente è piegato e vede cadere le destre che, liberati gli spiriti, miravano illusoriamente a gestirne gli istinti.
Uscito di scena Berlusconi, vediamo cedere il blocco sociale ed economico che lo aveva retto, il cui crollo, se avverrà, chiuderà forse il sipario sulla prima repubblica. Il premier francese annaspa sotto quest’ultima offensiva, e la vittoria della leader tedesca, se proseguirà questa fase, sarà una vittoria di Pirro, e poserà sulle rovine fumanti di sessant’anni di Europa.
Per questo mi chiedo, nel dilemma, dove sono le cosiddette “sinistre”, in particolare nazionali?
Il partito socialista europeo ha fissato un’agenda, la stessa condivisa in ambienti sovranazionali e lì propugnata. E’ l’agenda che deriva dalla storica alternativa all’”austerità”, che ha una luce in Roosevelt, appoggi nei partiti del progresso ovunque, e declina in pratica le esigenze del momento a discendere da questa visione.
È il progetto in punti fissato dal Pse, da noi sostenuto, dichiarato e integrato opportunamente.
Eurobond, extrema ratio nella versione ridotta del Project bond; la Bce prestatore di ultima istanza, ossia compiutamente banca centrale europea e sottoposta, contro la tecnocrazia, alla terza proposta, ossia una politica coordinata di sviluppo.
Non moriremmo nella trincea della Tobin tax – auspicata ma azzoppata dalla posizione britannica – ma sosteniamo quale esigenza l’impostazione di un “Piano di sviluppo pluriennale europeo” e, di conseguenza, nazionale.
Si richiede meritevolmente, in proposito, un “piano del lavoro” (ben storicamente fondato nella storia sindacale), si promette un “piano delle riforme”, coordinato alle richieste dell’attuale Europa. Ma il lavoro è un settore, e le riforme, da ripetersi fino alla stanchezza, sono un mezzo necessario, non un fine.
Il punto di approdo ideale di ogni progressista, in funzione del quale delineare ogni strada maestra e, su di essa, ogni trincea, sono lo sviluppo economico e la piena occupazione. Il primo non è la “crescita economica” dei tecnici, che ne è solo funzione, ma l’innalzamento della civiltà, l’ampliamento della cittadinanza, l’inclusione in nome della libertà e della giustizia sociale.
La seconda è l’approdo alla dignità per ogni cittadino.
Un “Piano della nazione”, coordinato con il Piano di sviluppo europeo (eventuale piano di ricostruzione nel caso peggiore), terrebbe in sé, dandogli un senso, questi principi e questi strumenti settoriali.

Se lo scenario è quello evidente a chi lo voglia vedere, se i fatti sono quelli che ogni giorno si manifestano, se le forze prevalenti per come stanno agendo in questo momento addirittura, per una sarcastica eterogenesi dei fini, contingentemente indeboliscono tutti noi, ma ancor di più le idee e le azioni di chi sostiene l’austerità: dove sono le sinistre, dove sono i progressisti, dove sono i sostenitori di un umanesimo che non nei numeri ma nelle persone, crede?

Escano allo scoperto, esprimano le idee, i valori, le visioni che hanno sempre propugnato, quando forse non vi erano le condizioni perché queste si realizzassero.
Agiscano di conseguenza, senza il falso alibi del governo, del pragmatismo, del realismo del momento e dello stato di necessità. Agiscano coerentemente a livello sovranazionale, nazionale, locale.
È il momento delle strategie dei generali, non delle tattiche dei sergenti.
È il momento della verità; uno dei rari momenti in cui la storia chiede a una generazione: “tu che hai studiato, hai conosciuto, hai riflettuto, qui e ora: da che parte stai?”

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blog/piano_della_nazione_v.txt · Ultima modifica: 2012/01/16 00:15 da mattia