Per un Piano della Nazione VI

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“Tutti facciamo piani”, così, in un suo celebre scritto, Luigi Einaudi nel 1944 aveva ironizzato sulle idee in quel momento diffuse in materia di politica economica.
Poi, dopo pochi anni, era giunto il Piano Marshall, solo per citare il principale, a confermare come nell’ambito delle democrazie liberali potessero – e in alcuni momenti dovessero – concepirsi interventi in economia per promuovere e orientare lo sviluppo, senza che per questo esistessero fraintendimenti ideologici o perversi rapporti con le economie pianificate.

Oggi Einaudi è citato ad ogni piè sospinto e da ogni parte, Von Hayek è tirato in ballo quotidianamente persino per spiegare gli scioperi dei camionisti, il Tremonti dei “tagli lineari” insegna che il pareggio di bilancio è foriero di recessioni, e il dibattito economico, nel nostro paese, trae citazioni quotidiane solamente dai volumetti tascabili editi dal “Corriere della sera”, se non, ancor più drammaticamente, dall’editoriale del giorno degli esperti in previsioni del giorno dopo.
In un momento come quello che stiamo attraversando, in sostanza, il dibattito in politica economica nel nostro paese, semplicemente non esiste, almeno nei circuiti ufficiali (fanno eccezione circuiti riservati o periferici, rara avis).

“Nessuno fa piani”, in questo modo potrebbe parafrasarsi al contrario il maestro Einaudi fotografando quel che va accadendo.
L’opinione pubblica, e fatto ancor più grave le classi dirigenti disorientate, si muovono in branchi azzannando il tema del giorno, oggi l’articolo 18, domani Cortina, poi addirittura la nave da crociera, e così via, perdendo costantemente di vista i fatti, gli unici fatti certi.
Nella nebbia di categorie vacue quali “rigore” ed “equità” (come se poi fossero in contraddizione), in momenti del genere sarebbe quanto mai utile avere una bussola, un timone fornito, essenzialmente, dalle culture di riferimento di ognuno e di gruppi, culture che nelle fasi di confusione, solitamente, rappresenterebbero il perimetro nel quale collocare ciò che avviene, per meglio interpretarlo.

Nel generale vaniloquio, in ogni caso, i fatti si incaricano di confermare quel che avviene, aggiornando via via il diario di bordo di questi mesi.
A livello nazionale, oggi, per esempio, si conferma un tasso di disoccupazione assurdo, il più alto in particolare nei paesi avanzati europei e in particolare nelle fasce giovanili e femminili. Qualcuno può dire che questo è un fatto nuovo? No.
Sempre in queste fasce di popolazione produttiva, il livello di precarietà è ormai ad un livello insopportabile non solamente per condurre una vita ordinata, ma pure per contribuire in modo proficuo alla società produttiva e ai consumi. Qualcuno può dire che è un fatto nuovo? No.
A ciò si aggiunge che, a dispetto delle facce di bronzo dei banchieri comparse in questi giorni a sostenere l’insostenibile autodifesa, è in atto la famigerata contrazione del credito, che, oltre ad abbattersi violentissima sulle suddette porzioni di società, colpisce tutto il sistema produttivo in modo inesorabile. È un fatto nuovo, imprevisto, imprevedibile? No.
Questo misto di disfunzioni contingenti e strutturali, che si sommano a disfunzioni contingenti e strutturali di lungo periodo, alimentano, e non può che esser così, la Grande crisi, la influenzano e sostengono in modo pro ciclico; ossia giungono a spingere una macchina che corre in discesa verso non si sa bene dove.
A livello nazionale questi temi non hanno al momento uno spazio nell’agenda della (non) politica, impegnati come siamo stati in questi mesi a non fare affondare l’Europa sotto attacco.
I provvedimenti presi, detto chiaramente, non modificano di una virgola la tendenza disastrosa in atto, anzi la peggiorano, e hanno coordinato il nostro paese alle politiche europee in questa fase dettate dalla Germania.
Per questo i nostri problemi si acuiscono ulteriormente.

Al bivio, infatti, è stata inforcata la strada dell’”Austerità”, e a dispetto del trionfalismo europeo di questi giorni, su questa strada si procede a grandi passi.
Mentre Usa e Gran Bretagna stampano moneta, noi raschiamo fiscalmente il fondo del barile in particolare delle popolazioni e dei ceti più compressi, affaticati, incolpevoli (per lo meno delle cause della crisi).
Di fronte al bivio, occorreva scegliere l’altra strada, quella del sostegno ragionato all’economia, ai consumi, al tenore di vita delle persone e dei ceti produttivi.
Ovviamente, questa scelta in paesi come il nostro richiama alla mente le pericolose e malaugurate politiche disordinate dei decenni passati. Qui non si stanno sostenendo scialacquii o sprechi, poiché è necessario discernere il sostegno all’economia dallo spreco indiscriminato di risorse a pioggia, di cui gli italiani solo maestri.

L’alternativa, in sostanza, non è tra austerità e spreco, ma tra austerità ed espansione, tra Hoover e Roosevelt.

Terminata (?) la “fase uno”, ossia quella del prelievo fiscale a fini di rassicurazione dei mercati (sub specie di ambienti conservatori finanziari di mezzo mondo), ora si apre quella della “crescita e delle riforme”. E, per carità, ben venga.
La crescita, in un paese sostanzialmente immobile da due decenni (e prima chissà), è un auspicio. Le riforme sono fondamentali, in tutti i settori di un paese completamente bloccato e disfunzionale. Ma, lo ripeteremo fino all’afonia, le riforme sono un mezzo, non un fine.
Le riforme sono la manutenzione da fare ad un veicolo che deve compiere un viaggio, non il viaggio in sé.
Posto che non è stato possibile per troppo tempo nemmeno fare la manutenzione, e che si aprono guerre santissime su ogni singolo intervento e su ogni frazione di singolo intervento, in ogni singolo settore del paese, è allarmante considerare che nessuno – nessuno! – sofferma l’attenzione sulle tappe del viaggio venturo, sulle caratteristiche e le dimensioni che la cosiddetta crescita, settore per settore, comparto per comparto, dovrebbe – dovrà? – avere.
Chi, al di là degli auspici, sta disegnando, progettando, immaginando lo sviluppo italiano dei prossimi anni?
Il pareggio di bilancio europeo, il rientro del debito nazionale, giù giù fino ai patti di stabilità dei comuni, hanno senso se in quel quadro si concepisce un modello di sviluppo, una direzione di marcia, una declinazione via via sempre più precisa di interventi, quantità, dimensioni.
Altrimenti bilanci europei, nazionali, locali, sono la corda con cui si impiccheranno le comunità nei prossimi anni, a partire da oggi.

Per questo nel quadro europeo, l’unica alternativa valida alla politica di austerità, pare quella fissata dal Pse, che è diversa dalla posizione adottata dal nostro governo (al momento su una linea “neutralista” che non potrà durare a lungo, sempre che sia sincera) e in Italia è sostenuta solo da singoli esponenti dei partiti progressisti al momento sottoposti a pressioni che diverranno presto centrifughe. Perché sono pressioni ideologiche che non potranno a lungo essere mediate, pena l’irrilevanza e la sterilità culturale.
Senza richiamare i singoli punti, ormai fin troppo noti, la proposta del Pse, non a caso, prevede una “politica di sviluppo europea” comune, ossia, evidentemente, co-progettata e condivisa.

Non a caso le forze sindacali in questi giorni hanno proposto l’idea di un “piano del lavoro”, che riecheggia idee divittoriane non per caso coeve degli antecedenti richiamati nell’avvio di questa riflessione.
Se il piano del lavoro ha un senso dal punto di vista delle forze del lavoro, peraltro, esso, pur meritorio, affronterebbe per definizione solamente quello specifico settore.
Il problema, però, è ora generalizzato alle condizioni del paese.
Qui, “nessuno fa piani” al contrario dell’abbondanza constatata da Einaudi.

È per questo che si è insistentemente proposta l’esigenza di promuovere un Piano della Nazione, di cui il piano del lavoro sia una componente significativa, ma una componente, e che si collochi in un più ampio piano di sviluppo europeo.
Lo strumento del piano delle riforme, concepito dall’Europa, è uno strumento dei tempi di pace che, in ogni caso, anch’esso rientrerebbe nel quadro più ampio che si richiede.

Occorre un Piano, un “business plan” a livello paese.
Occorrono dimensioni, quantità, numeri, tempi, relativi ai diversi settori e integrati tra loro.
Occorre una stima dei fabbisogni per calibrare gli interventi rispetto a obiettivi dati.
Quanti posti di lavoro, quali settori, quali investimenti, quali risparmi?

È inutile continuare a rastrellare soldi gettandoli nel buco nero dell’auspicato pareggio di bilancio, se non si fissa l’obiettivo per cui il pareggio di bilancio è funzionale.
È inutile continuare a evocare riforme se non si fissa l’obiettivo per cui le riforme si promuovono.
È odioso versare immense risorse pubbliche nelle banche, se poi queste non le impiegano in direzioni utili.
È deleterio continuare a richiedere rigore per il rigore, e non rigore per lo sviluppo.
Ma se, come si dice a parole, si persegue lo sviluppo, allora occorre un Piano di sviluppo, una strada verso la meta.

A meno che un piano non esista già.
E sia il Piano di non fare piani, perché chi ha futuro se lo tenga, chi non lo ha non ne abbia, e i nostri stati si lavino, nel migliore dei casi, le mani.

Ciò che sarebbe il contrario della libertà e della giustizia.

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blog/per_un_piano_della_nazione_vi.txt · Ultima modifica: 2012/02/01 16:02 da mattia