Ripropongo:
http://mattiagranata.it/blog/un_piano_nazionale
e ripropongo:
http://mattiagranata.it/blog/un_piano_della_nazione_ii
e ripropongo:
http://mattiagranata.it/blog/un_piano_della_nazione_iii
Si ostinano a non capire, o fanno finta di non capire. Ma perché?
Da oltre un anno si sa che l’esistenza dell’Euro è posta in discussione dagli eventi e dalle intenzioni di alcuni ambienti sovranazionali.
È evidente a tutti che il progressivo ampliamento dei famigerati spreads non è altro che la luce che compare fra le varie componenti di un congegno – le economie e la moneta europea – sottoposto a pressioni, torsioni e all’azione di forze contrastanti tese a sbullonarlo.
È altrettanto evidente che queste pressioni sono partite dai punti più fragili del congegno, dal famoso locus minoris resistentiae che, sotto questo profilo, sono i paesi a più alto debito (e quindi più esposti alle temperie dei mercati).
I leoni attaccano le gazzelle che corrono ai margini del branco.
Lo scenario, quindi, è noto a chi lo voglia vedere o solo si prenda la briga di spostare ad uno ad uno i veli che lo coprono. Compito di altri è spiegare chi siano le forze agenti, e chi ponga i veli.
In questo quadro l’Italia gazzella, da maggio, è sottoposta all’inseguimento.
Ha ceduto quote della propria sovranità durante l’estate, ha cambiato governo, si è sottoposta a molteplici esami, e ora soffre e soffrirà sempre più, perché la fatica di questi mesi è molta.
La crisi è europea, la crisi è italiana.
Come affrontare la crisi europea? Come rimediare ad uno sbullonamento?
Ma stringendo i bulloni ovviamente, e stringendoli forte. Chiudendo ogni spiraglio in cui le leve esterne possono fare forza per scardinare il congegno.
Eurobond; ma non come salvagente per non affogare – come fino ad ora si è minimalisticamente discusso, forse per timore delle nevrosi di Angela e degli ambienti che rappresenta -, ossia non autocensurandosi bensì guardando con ambizione a strumenti che permettano un reale sviluppo, che omogeneizzino i debiti pubblici, che chiudano ogni fessura all’attacco e sostituiscano i vigenti titoli nazionali.
Bce riformata; ossia trasformata nel famoso prestatore di ultima istanza – tipo Fed, tipo Bank of England – ossia la banca nazionale degli stati europei federati, che batta moneta ma possa svolgere politiche economiche non di retroguardia, non puramente e surrettiziamente di tamponamento del disastro.
Piano di sviluppo; di fronte a una crisi di queste dimensioni, che non è il 2008, che non è la crisi petrolifera del ‘73, che per entità è una Terza guerra mondiale, che è simile alla crisi del ’29 e si teme foriera di conseguenze simili su molti piani, si torna al fondamento di essere progressisti o conservatori in economia.
Qui non si sta parlando di liberalismo o statalismo – nei tempi di crisi solo i cretini lo fanno – o meno nobilmente ancora di equi e non equi – come usa in questi giorni – qui si tratta di andare all’origine dell’essere di destra o di sinistra nelle società ad economie avanzate, è una scelta di campo, di cultura, di politica, è una scelta alta, storica, e non di bassa cucina politica nazionale.
Di fronte a una crisi simile, da duecento anni a questa parte, la “destra” sceglie il pareggio di bilancio, la “sinistra” sceglie di stampare moneta; detto alla grossa.
I conservatori scelgono le tasse, l’austerità, il pareggio di bilancio.
I progressisti scelgono di aumentare la circolazione, di alzare i livelli dei consumi, di riattivare l’economia.
Queste scelte possono essere prese ormai prevalentemente a livello europeo, solo a livello europeo, non a livello nazionale.
I primi due strumenti sono funzionali al terzo.
I tre strumenti vanno insieme, non si può assumerne uno e non l’altro.
E’ chiaro? Di che cosa state parlando in questi giorni?
Quando il famoso governo tecnico è salito al potere, poteva scegliere due strade entrambe da sostenere con forza a livello europeo.
Le due strade sono quelle citate, tertium non datur.
Nel famoso incontro di Bruxelles di qualche settimana fa, propagandato per giorni, prima, e, poi, caduto nel silenzio assordante della stampa nazionale – SOLO DI QUELLA NAZIONALE! – che strada si è scelta?
Nessuna probabilmente, bloccata com’è l’Europa politicamente.
Fatto si è che l’unico provvedimento prospettato è quello di inserire tramite una riforma dei trattati il PAREGGIO DI BILANCIO nelle costituzioni.
Poi gli editorialisti dell’impero andando da Fazio Fabio, si sono sgolati a raccontare che in fondo lì non si era deciso niente, che era il massimo che ci si doveva e poteva aspettare, che è meglio così, che poi nei prossimi mesi si potrà cambiare la rotta.
Quando ad un bivio si prende una strada, si diverge dall’altra, e tanto più tra alcuni mesi.
Dove sono i progressisti nostrani, dov’è Repubblica e il suo Sacerdote Scalfari che si è vantato dell’amiciza con Guido Carli (ed eccoci qui!), che prosegue nella sua predica laica della domenica, ma a che pro, perchè?
Perché Obama ha immediatamente – sulle pagine del New York Times e del Wall Street Journal, non del fatto quotidiano o di Libero – lamentato il suo forte e convinto malessere per le decisioni di Bruxelles e nessuno lo ha riportato? E’ di destra Obama?
E perché Paul Krugman, noto pericoloso comunista dice queste cose da mesi da un giornale che più capitalista non si può, ma almeno è sensato?
E perché Bini Smaghi, ora libero da impegni alla Bce ha invocato la stampa di carta moneta per aumentare la circolazione?
E perché ogni liberal – progressista ovviamente – sta invocando dall’estero politiche espansionistiche e qui, noi, parliamo del sesso degli Angeli?
Quali tenebre albergano nelle menti dei progressisti italiani?
Ovunque vi sono i più realisti del re, che hanno denunciato per decenni – trent’anni – a parole, le solite alte vane lamentose parole, il dominio del pensiero unico liberista e ora, ora che arriva a compimento il disastro di Chicago, essi non prendono la parola per lanciare un’invettiva ma vittime di quel pensiero, subalterni culturalmente, vuoti spiritualmente, si piegano alle scelte altrui senza proferir parola, anzi, vittime di una devastante sindrome di Stoccolma.
Eurobond – Bce – Piano di sviluppo
Questi sono i tre strumenti che disposti e combinati salverebbero l’Europa, l’Euro, i paesi europei, facendo fare un passo innanzi alla storia nella direzione che ogni progressista auspica, ossia tentando – non riuscendo, tentando – di ampliare benessere, cittadinanza, diritti.
Il resto è conservazione e regresso.
E nel mondo in movimento, pure l’immobilità è regresso.
E il regresso colpisce per primo chi sta sotto, i molti, il popolo, per questo – no? – nel bivio suddetto: gli uni da una parte, gli altri dall’altra.
Esempio per chi non vuol capire.
Due mesi fa si è annunciata una “bella notizia” ai telegiornali anche italiani.
Dopo che a settembre la Grecia aveva tagliato di decine di punti percentuali gli stipendi dei dipendenti pubblici, il governo greco aveva ottenuto il permesso di “licenziare 30 mila dipendenti”, per rimanere nei parametri dettati dall’Europa.
E’ questa una buona notizia, perché la Grecia restava nei parametri?
O è una cattiva notizia, perché trentamila disoccupati – che già avevano avuto tagliato lo stipendio in un momento di crisi – sono trentamila disperati con la schiena al precipizio che possono e debbono fare qualunque cosa per non cadere?
Tu, tu, da che parte stai?!
Capisci la differenza fra destra e sinistra, fra conservatori e progressisti, ora?
In questo quadro l’Italia.
L’Italia nello “stato di emergenza” il famoso e costante stato di emergenza, la famosa “crisi permanente” di Norberto Bobbio. Lo stato di emergenza del “ministro della Paura” di Antonio Albanese.
In maggio scrivevamo che l’Italia, per affrontare questa crisi, aveva bisogno di una manovra di 400/500 miliardi.
Gli assurdi personaggi che governavano l’Italia allora andavano avanti come treni asserendo che tutto andava bene e bastava un provvedimento di 20 miliardi.
Poi venne l’estate dello spread, quattro manovre in serie e ora una quinta per un ammontare superiore ai cento miliardi.
E presto ne arriverà un’altra, mentre continua la messa cantata a un governo che non ne prende atto.
Con lo spread fra 450 e 500, già lo scrivemmo mesi fa, tutto può succedere sia nella politica che nell’economia europea e, quindi, nazionale.
Lo spread non è mai sceso ma ne è stato variamente alterato l’indice con doping che in alcuni momenti era oppio, opportunamente dosato per orientare le scelte politiche dei vari paesi, prevalentemente del nostro.
Lo spread è lì fisso da mesi governo tecnico o governo filosofico che dir si voglia, poteri forti o poteri marci, professori o scolari.
Su tutto ciò si è innestata una manovra da ragionieri che sarà bruciata in poche settimane, una manovra immobile, composta per il 90% di tasse, una manovra assurda pro ciclica ma mentre il ciclo crolla, restrittiva anzi: surgelante.
Tutti parlano di tasse (a destra) o di “equità” (a sinistra).
MA CHE COSA DIAMINE E’ L’EQUITA’?!
Hai mai mangiato un piatto di equità?
Di fronte al bivio di cui sopra con l’”equità” vai a sbattere, qui non è un problema di “equità”, qui è un problema di STRINGERE O AMPLIARE I CORDONI DELLA BORSA.
Il provvedimento è stato assurdo, così miope da essere cieco, così mal indirizzato da non vedere nemmeno il bersaglio, perché le tasse sulla benzina, sulla casa, le restrizioni assurde ai più elementari principi liberali fanno ridere o arrabbiare.
Due esempi: la tracciabilità sui prelievi da oltre mille euro dal conto: ma hai mai visto un mafioso che muove “500 mila euro in contanti di sabato pomeriggio” (sic) a banche chiuse, che va a prelevare mille euro dal conto a lui intestato e deve dichiarere a che cosa gli servono? Lo sai che cosa è il riciclaggio e chi lo pratica?
Il secondo esempio: Nella vana battaglia sulle fondamentali liberalizzazioni, c'era un ordine.
Cioè, per chi non l'avesse capito, dalla piu' importante, alla meno importante, dalla piu' rilevante, alla meno rilevante, dalla piu' influente, alla meno influente.
1) le banche 2) le assicurazioni 3) i notai 4) gli avvocati 5) gli ordini professionali a discendere 6) e poi le farmacie 7) i taxisti 8) le edicole, e così via.
Se tu, invece, per lasciare stare tutti dal numero 1) in poi, parti dal basso, ossia dalle edicole, ottieni zero. Anzi. Affami gli edicolanti, che ormai sono tutti sudamericani, vulneri i taxisti (a cui hai appena alzato la benzina, e guardiamoci negli occhi, hai mai visto un tassista col suv), colpisci i farmacisti (molti hanno debiti per generazioni per mutui).
La morale e' una sola, o fai le cose per bene, oppure evitiamo di prenderci in giro.
Ora; nel quadro più ampio dell’analisi precedente sull’Europa, che cosa può fare l’Italia per coordinarsi con politiche positive?
Non si può certo dare la colpa della situazione attuale unicamente al governo in carica. Ma a questo spetterebbe di premere con forza perché sia imboccata la strada giusta, e, qui, di non fare danni.
Abbiamo constatato il tremendo divario tra salari e prezzi, il picco più alto da oltre un decennio, e il crollo del potere d’acquisto. E tutto ciò con la disoccupazione al 10%, la disoccupazione giovanile al 30%, con i consumi sottoterra, con il credito strettissimo che colpisce i più deboli.
A Milano i consumi sono diminuiti dell’8%; fatti due conti significa che teoricamente il consumatore smette di fare la spesa dal 24 del mese. Le imprese da mesi sono richieste di rientrare di esposizioni infime di centinaia di euro, i giovani non ottengono un mutuo nemmeno se meritano il credito (ma coi parametri civili, non quelli da esattori zaristi adottati).
Di fronte a questa situazione, per evitare il famoso credit crunch, i miliardi sono stati indirizzati all’uno per cento: alle banche!
Che, nel migliore dei casi, li rigireranno ai clienti al 4%; ma nel migliore e vano dei casi: poiché già oggi, a meno di ventiquattrore, tutti hanno già constatato che le banche i soldi se li sono tenuti tutti.
Tutti!
E mentre si progettano riforme del mercato del lavoro (tutte le riforme prospettate sono necessarie, vieppiù necessarie, il paese è bloccato da quarant’anni, ha strutture vetuste, la macchina deve essere riattivata), il governo butta nella mischia il tema dell’articolo 18, facendo persino ipotizzare che le manovre di distrazione di massa di altri tempi siano ancor meglio attuate da professionisti, ora, e non da semplici apprendisti stregoni della televisione privata.
Soprassediamo sullo spettacolo offerto dai partiti e dalla classe politica in generale. In proposito ripropongo quanto scrivevo alcune settimane fa all’indomani dell’insediamento del governo:
“lo spettacolo è avvilente, e la fiducia crolla anche nei tifosi imperituri del governo tecnico, tifosi per sfiducia nei partiti e nella loro cultura di riferimento.
Questi ultimi, i partiti, stanno dando uno spettacolo di ipocrisia e irresponsabilità, il timbro ceralaccato sulla loro inutilità nella seconda repubblica; inutili se non a far danni.
In un orrendo doppio gioco, sapendo di dovere - per lo “stato di emergenza” - appoggiare questo governo e i suoi provvedimenti - anche per non doverli assumere loro - essi appoggiano con parole di circostanza, ripetendo la lezione. E con l'altra mano, ossia nelle telefonate private e nei corridoi, alimentano il doppio gioco: “io non ho alternative, ma è una vergogna, tu agisci”.
Così il maggior partito della sinistra, manda avanti le parti sociali: sia chiaro, in questa fase titolate a farlo.
E il maggiore partito del centro destra, manda avanti i suoi giornali, che oggi bastonano Monti con durezza, inusitata.
Cosi', pensando di passare la nottata, il partito “muro” e il partito “appoggiàti al muro”, garantiscono che da questa fase, usciranno a terra, crollati e schiantati dalla loro insufficienza storica. Insufficienza che risulta palese nella valutazione di questa manovra.”
È stato lo stesso presidente del consiglio, nel discorso di presentazione della manovra, a sottolineare le modalità di operare dei partiti maggiori rispetto al suo sostegno.
Insomma; abbiamo imboccato la strada di un declino furioso, e non in teoria, in pratica, nella pratica quotidiana sotto i nostri occhi.
Il declino delle imprese che chiudono.
Il declino dei disoccupati.
Il declino della gente che non fa la spesa.
Per questo, nel quadro delineato all’inizio, e con gli strumenti indicati, da settimane, ricevendo la condivisione di molti amici che la pensano anche diversamente da me – ma qui si parla di metodo! Non di merito! Di metodo! dei fondamentali – ho proposto di elaborare un PIANO DELLA NAZIONE.
Questo è lo strumento che possiamo elaborare in relazione ai tre strumenti sovranazionali prima indicati.
Un piano di medio periodo che ci permetta di uscire da questo assurdo e sterile confronto fra le tasse e l’equità, che reinserisca il fattore tempo, che dia una prospettiva al paese.
Se c’è un buco di bilancio enorme e che si allarga, non puoi continuare a chiedere soldi, a prendere soldi con la rete, e buttarli dentro, non si riempirà mai.
E soprattutto è necessario misurare le nostre risorse, il nostro fiato rispetto alla strada da compiere; occorre indicare la strada e la mappa.
Questo deve essere un Piano della Nazione.
Questo deve fare un governo di cervelli, coordinare i piani di tutti i settori, non una semplice “politica di crescita” di provvedimenti scoordinati, se va bene, e se va male, invece, un banale conto economico di tanto-entra-tanto-esce in un istante t con zero.
Occorre fissare dimensioni rispetto alle risorse disponili e quelle dimensioni devono rappresentare obiettivi comuni. Rispetto a quelle misure noi sapremo di dover fare sacrifici, di dovere mettere impegno ed energia, almeno non più al buio.
Questo Piano della Nazione sarebbe, nel caso che tutti ci auguriamo, il piano di sviluppo dei prossimi anni: per tornare a crescere.
Ma se dovesse andare male, come sta andando, questo sarebbe un piano di salvataggio che potremmo aggiornare e orientare con i piani degli altri paesi.
Su questi piani di salvezza coordinati andrebbero i soldi oggi buttati al vento colla scusa del credit crunch.
Rispetto ad essi si progetterebbero gli investimenti di sistema necessari (hai mai letto Roosevelt, hai mai letto Truman?)
Se non ci vincoliamo all’economia reale esistente in questo continente, non ne usciremo o ne usciremo malandati, declinanti.
A meno che non si dia l’Europa per spacciata.
Ma non si da l’Europa per spacciata vero?
E non si da l’Italia per spacciata.
Vero?